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    October 31

    assomiglia all'ingenuità la saggezza

    che farsene di uno scrittore che non scrive.

    riporlo su una mensola ad impolverare, circondarlo di preziosi souvenir andini e simil mediorientali, stile tristezza da autogrill. Rimembrare gli antichi fasti con gravità, con un vino buono ma non troppo, di qualità media. Mediocre anzi, come ciò che non vale troppo e neanche troppo poco, come ciò che si dimentica, come un’occasione quasi persa.

    Spedirlo a belgrado a consolare gli slavi del sud, inventargli un ruolo inutile in un’organizzazione internazionalmente inutile, per esempio l’onu. a scrivere raccomandazioni, petizioni, sanzioni che poi verranno puntualmente deluse dagli statunitesti, appena hanno un’ora libera da concedere alla pace.

    smistarlo in un ufficio postale qualsiasi a contare i francobolli prima di dormire. nascondergli la bottiglia sotto il tavolo e accusarlo di fannulloneggiare. spedirlo, timbrarlo, raccomandarlo, usarlo come un pezzo di carta da poco, che non ha il potere di decidere di sé. leggerlo e metterlo via, nel cestino da bukowski mancato o nel tritacarte da membro effettivo della società moderna.

    situarlo in officina a produrre per un’astrazione. produrre per il sistema cannibalistico economico occidentale, produrre per sostentare un’ipotetica famiglia, produrre per soddisfare bisogni inesistenti indotti produrre per poter consumare, produrre per il paese, produrre per il partito, produrre per un dio o una Fininvest sacrale. consumarlo e poi lasciarlo crepare di polmonite cronica da vernice inalata o insalata di riso all’amianto e al carciofo mercurioso. organizzargli un funerale vistoso, con le bandiere e tutti gli annessi, star male almeno mezz’ora.

    sposarlo e farlo procreare. nell’ordine: un figlio gay incerto, un ciellino represso e crudele, una teorico della rivoluzione permanente, uno sfaccendato da oroscopo e disco labirinto. divorziarlo deprimerlo e risposarlo con una donna di alto lignaggio, una bella casa e una domestica filippina dai grandi sogni. macerarlo nell’assenza della sua figura paterna e le cerimonie della buona gente. mandare in tilt il robot appena creato e resettare il sistema operativo che lo gestisce, windows occidental society.

    metterlo in vetrina, candidarlo e farlo eleggere. darlo in pasto all’opinione pubblica, come se contasse minimamente il punto di vista di una massa di decerebrati, schiavi alienati rincoglioniti dalla religione tv via digitale, ignoranti massificati e mercificati fieri e contenti di vivere per niente. creare il mostro alla ricerca del consenso che, prima di cucinare, chiede un sondaggio su cosa debba mangiare e con l’equipe che lo dirige si formi un’opinione sulla lasagna gratinata. discutere decenni sulla bellezza di un meccanismo per cui la maggioranza è padrona di essere teleguidata e penetrata fin negli angoli più interni dello sfintere anale. vendergli l’anima al senato in cambio della presidenza dell’ente protezione pinguini in sicilia.

    instillargli una falsa sensibilità e trasformarlo in animalista. sfruttarlo in una campagna contro l’abbandono dei cani nei cessi dei bar, elevarlo a sublime integerrimo moralista che investe i barboni sulle strisce e si dispera se un bassotto non è rinchiuso tra quattro pareti a mangiare pezzi di cartone per animali. condannarlo a pulire guano con allegria e convinzione, a mettere pappagalli nelle gabbie e pesci in venti centimetri d’acqua. instupidirlo a credersi novello san francesco, a comunicare coi cavalli e a dire cose orrende in falsetto ai labrador, ma quanto sei cariiiiiino. seppellirlo con sei koala e 40 piccioni da compagnia che non stia in pace nemmeno nell’aldi là.

    mostrarlo inerme come un vero scrittore. che sul foglio è un dio umile come l’uomo.